LA STORIA DELLA MASCALCIA

Non è facile stabilire dove, come, e chi inizia per primo a ferra­re i cavalli, ma certamente questa esigenza era meno sentita nei paesi con clima caldo secco, che concorre ad accentuare l’indurimento e la resistenza della scatola cornea. Ancora oggi in tutto il Nordafrica la maggior parte dei quadrupedi da lavoro che vengono utilizzati nelle campagne non viene ferrato, men­tre l’operazione è indispensabile nei paesi e centri urbani dove le strade sono asfaltate o in altri particolari luoghi e situazioni. Sembra certo che i Greci, per quanto appassionati e conoscito­ri di cavalli non usassero nessun sistema per difendere i loro piedi, traspare invece evidente dalle citazioni di illustri autori quale importanza dessero alla buona conformazione dello zoc­colo e quanto si sforzassero di conservarla.

Nemmeno i Romani conoscevano la ferratura, e il nerbo dei lo­ro eserciti era costituito senza dubbio dalla fanteria piuttosto che dalla cavalleria. Bisogna notare che, a quei tempi, non es­sendo ancora conosciuta la staffa; la cavalleria aveva pia’¹ la funzione di spostare velocemente un certo numero di armati da un punto all’altro del teatro delle operazioni: gli armati, giunti a contatto con il nemico, combattevano facilmente anche a piedi, visto che la mancanza di staffe rendeva la posizione del cava­liere instabile e i suoi colpi poco efficaci. Tutti gli autori del tempo, sia di cose militari che di veterinaria, concordano nel raccomandare la scelta di cavalli con zoccoli duri e resistenti, dritti e concavi. Suggerivano altresi’  di tenere gli animali su terreni asciutti e di non tralasciare nulla che potes­se rinforzare il piede dei puledri, ivi compreso il pascolo in zo­ne impervie. Venivano adottate in casi di emergenza misure temporanee di cura e prevenzione in situazioni eccezionali: si utilizzavano probabilmente stivaletti in pelle o altro materiale at­ti a contenere impiastri medicamentosi, esistevano forse veri e propri ‘sandali per cavallo dalla suola di ferro che potevano es­sere utilizzati durante le marce di trasferimento su terreni par­ticolarmente difficili. L’ipposandalo è l’unico reperto di questo genere giunto sino a noi; si tratta di una piastra di ferro con i bordi laterali rialzati e muniti di un anello anteriore posto su di un gambo di qualche centimetro piegato e leggermente all’indietro come per seguire l’inclinazione della muraglia dello zoccolo, e di un gancio poste­riore rivolto verso il basso in una posizione che si colloca tra i talloni; è facile ipotizzare che dei lacci servissero a fissare al piede l’ipposandalo. Non si sa quale uso se ne facesse certo è che non poteva rappresentare una soluzione definitiva perche’ un cavallo cosa calzato non poteva marciare lungamente e tan­to meno poteva passare ad andature veloci. Sembra che i primi ad avere l’idea di proteggere i piedi del cavallo con un cerchio di ferro inchiodato sull’unghia cosa’ da evi­tarne la consumazione, siano stati i Galli e i Celti; ne danno la prova i ritrovamenti di numerose tombe, nelle quali il cavallo era stato sepolto con il suo proprietario.


D’altra parte il clima umi­do e piovoso del loro paese, l’uso esteso del cavallo e la loro riconosciuta abilita’  nella lavorazione del ferro avvallano ulterior­mente questa ipotesi.I Romani occupando il loro territorio appresero ben presto la tecnica della ferratura e se ne impadronirono migliorandola e rendendola piu’  funzionale. Sembra infatti che in origine il ferro avesse un profilo ondulato con stampe ovali e i chiodi avesse­ro appunto testa ovale nel senso dell’altezza e gambo rotondo. Solo pia’¹ tardi,-probabilmente per l’elaborazione dei fabbri al ser­vizio dei Romani, si arrivera’  alla lavorazione di un ferro piatto con stampe atte ad alloggiare chiodi con gambo e testa quadra­ti. Questo rappresenta’² un notevole progresso poicha’© senz’altro permetteva un’applicazione pia’¹ facile e di maggior durata, po­tendo il gambo quadrato dei chiodo penetrare pia’¹ profondamen­te nell’unghia senza il rischio di danneggiarla. Durante il Medioevo, con l’avvento della cavalleria pesante do­tata di animali di una certa mole e di altrettanto pesanti cavalie­ri, la ferratura diventa ancora piu’ importante pur non essendo ancora generalizzata.Bisognera’  attendere il XV-XVI secolo per trovare i primi esaurienti trattati di mascalcia a e con essi anche le polemiche tra gli autori sul modo migliore per regolare l’unghia, ridurre o meno il fettone e la suola, aprire o no i talloni. Vengono pubblicati anche i primi lavori sull’anatomia e le malat­tie del piede e i possibili rimedi.

La mascalcia era arrivata a un riconoscimento ufficiale, e a questo concorsero soprattutto gli sforzi fatti in Italia ed in Francia. Diventata cosa’¬ una scienza non smisero per questo i contrasti e le opposte tesi tra gli autori, e occorreranno ancora molti anni e molte ricerche, prove e tenta­tivi prima di giungere all’affermarsi di soluzioni veramente razio­nali in modo che la ferratura fosse intesa come protezione del­lo zoccolo senza per questo alterare le sue funzioni naturali. In alcuni paesi come l’Inghilterra, gia’  alla fine del secolo scor­so si sono istituiti Albi di maniscalchi, per essere iscritti ai qua­li è necessario sostenere un esame teorico e pratico, e nel 1975 è stato approvato un decreto che proibisce la ferratura di caval­li da parte di persone non qualificate. In Italia esiste la Scuola di mascalcia presso il servizio veterina­rio militare di Pinerolo, che, con i suoi corsi aperti ai militari e ai civili, prepara degli ottimi maniscalchi, ma non esiste ancora una loro Associazione nazionale na’© un Albo professionale che garantisca la professionalita’  di una categoria la cui importanza va continuamente crescendo in concomitanza al nuovo grande interesse per l’equitazione e il cavallo.

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